03 maggio 2006

Si apre l'era del doping genetico

Esistono già animali con muscoli potenziati dal Dna. Gli esperti non si aspettano casi a questi Mondiali ma a Pechino 2008

La nuova frontiera del doping? È l’atleta geneticamente modificato. «Per quanto ne sappiamo, atleti del genere potrebbero già esistere», dice a Newton Theodore Friedmann, dell’Università della California di San Diego, tra i maggiori esperti internazionali di trasferimento genico. Forse non li vedremo in questi Mondiali di calcio, ma gli esperti li aspettano alle Olimpiadi di Pechino 2008 o al massimo in quelle successive. Dal ciclismo al sollevamento pesi, al nuoto, al calcio, allo sci tutti gli sport potrebbero trarre vantaggio dalla manipolazione genetica: basta selezionare il gene che migliora il tipo di prestazione richiesta. Del resto, nemmeno il doping convenzionale fa distinzioni: circa il 2%degli atleti risulta sempre positivo a una sostanza.

INCOGNITE E PERICOLI - Il doping genetico è il lato oscuro di terapie (peraltro sperimentali) come quella contro la distrofia muscolare e funziona nello stesso modo: si inserisce nelle cellule, per esempio di un muscolo, un segmento di Dna contenente un gene utile a migliorarne le prestazioni. Mezzo di trasporto un virus che, infettando le cellule, vi deposita il materiale genetico integrandolo con quello dell’ospite. E il gioco è fatto, almeno in teoria. Perché la manipolazione genetica può riservare amare sorprese come è accaduto nella terapia di una gravissima forma di immunodeficienza: la sostituzione del gene malato con uno sano, trasportato da un virus, ha dato inizialmente risultati positivi; ma dopo qualche anno alcuni pazienti si sono ammalati di leucemia. «Il problema è che gli studi fatti finora sono a livello sperimentale», conferma Friedmann, «e i rischi sono imprevedibili. La terapia genica è nata per sostituire i geni malati con quelli sani, ma nessuno sa cosa potrebbe accadere inserendo geni sani in persone sane. I muscoli, per esempio, potrebbero anche divenire più fragili o essere più soggetti a traumi». E aggiunge Oliver Rabin, direttore scientifico dell’Agenzia mondiale antidoping (Wada): «Esperimenti di manipolazione genetica sui fiori e sugli insetti suggeriscono che a volte la natura reagisce azzerando tutte le risposte. Per esempio, il tentativo di inserire copie extra del gene che dà il colore viola a un certo fiore, porta al risultato paradossale di fiori totalmente bianchi. È semplicemente troppo quello che si chiede alla cellula».

TENTAZIONI - Eppure la tentazione è forte. Il doping genetico va fatto una sola volta nella vita. Inoltre fino a oggi non può essere scoperto attraverso i classici controlli. «In realtà, una volta messi a punto i test, gli atleti si troverebbero con un doping incancellabile e identificabile», sostiene Rabin, perché non c’è modo di eliminare il gene «dopante» dalle cellule.
Questa operazione è infatti possibile solo su un batterio, cioè un organismo di una sola cellula, ma non su un intero muscolo composto da milioni di cellule, con un Dna vasto come quello umano. A ogni buon conto nel 2003 il doping genetico è stato ufficialmente incluso nella lista nera delle sostanze proibite dell’Agenzia mondiale antidoping.

UN POSSIBILE PRECEDENTE Marzo 2006: il doping genetico potrebbe aver già fatto il suo ingresso nel mondo dello sport. Il tedesco Thomas Springstein, allenatore e compagno di Grit Breuer, due volte campionessa europea dei 400 metri e squalificata per doping, viene condannato per aver dato sostanze dopanti alle sue atlete. Nelle sue e–mail parla di un prodotto per la terapia genica dell’anemia grave, sperimentato solo sui topi, ma presente sul mercato nero. Il farmaco funziona così: quando la pressione dell’ossigeno nel sangue si abbassa, promuove l’attivazione di un gene che a sua volta induce la produzione di eritropoietina (Epo).
L’Epo ha il compito di favorire il trasporto di ossigeno ai muscoli; una volta ripristinato l’equilibrio, il gene si spegne. «Il farmaco», dice Oliver Rabin, «è pericolosissimo, non essendo mai stato sperimentato sugli esseri umani ma solo sui topi».

IL TALENTO DEI GENI Buona parte del successo di un atleta si nasconde nel suo patrimonio genetico. Per esempio, poco più di un anno fa, studiando il gene ACTN3, la compagnia australiana Genetic Technologies ne ha scoperta una variante, la R577, molto frequente in chi pratica sport di resistenza. Al contrario, la versione regolare di ACTN3 è presente in gran parte degli scattisti e degli atleti di potenza. Secondo questo studio, sarebbe possibile eccellere nell’uno o nell’altro sport a seconda della determinante genetica. Per 66 euro, la Genetic Technologies offre un test casalingo per sapere quale gene si possiede, aprendo così uno scenario inquietante: la possibilità per chi possiede il gene «sbagliato» di farsi iniettare quello «giusto» e l’identificazione di atleti che verrebbero esclusi a priori da un certo tipo di attività sportiva per mancanza di geni adatti.

LA PRIMA SCOPERTA - Nel 1998 Lee Sweeney, ricercatore alla University of Pensylvania, scopre che inserendo nei muscoli dei topolini da laboratorio il gene della proteina IGF–1, i muscoli aumentano la loro forza fino al 30 per cento. IGF–1 è l’acronimo di Insulin Like Growth Factor–1, un ormone dalle molteplici funzioni che ha un ruolo essenziale nella crescita della massa muscolare. Nel 2005 Se–Jin Lee, della Johns Hopkins University, ha scoperto che rimuovendo il gene della miostatina nei topi, i muscoli, privati del segnale di controllo esercitato dalla proteina, iniziano a crescere a dismisura. Questi supertopi sono capaci di salire le scale con grossi pesi attaccati alla coda.

IL DNA CHE POTENZIA I MUSCOLI - Il gene IGF-1 ha il compito di riparare il muscolo, quando, durante l’esercizio, subisce microscopici traumi. La proteina IGF-1, prodotta dal gene, provoca la crescita del muscolo stimolando lo sviluppo delle sue cellule staminali di riserva. La fibra si ripara e cresce, ritrovandosi con più miofibrille rispetto a prima della lesione. Il segnale di stop alla crescita viene dato dalla proteina miostatina. L’inserimento del gene IGF–1 extra permetterebbe di aggirare il meccanismo di equilibrio, inducendo l’ipertrofia del muscolo e la crescita incontrollata delle fibre. Ma se l’IGF–1 arrivasse fino al cuore, potrebbe provocare addirittura la morte.

I PRIMI TEST SUGLI ANIMALI - I primi test efficaci sugli animali
Sono stati già realizzati test in grado di individuare il doping genetico sugli animali da laboratorio, tuttavia non sono ancora affidabili e riproducibili sull’uomo, anche perché richiederebbero una biopsia muscolare. «Ma siamo a buon punto», sostiene Oliver Rabin, direttore scientifico dell’Agenzia mondiale antidoping. «L’inserimento di una copia extra di un gene lascia tracce identificabili nella biochimica della cellula, così come le lascia il virus usato come mezzo di trasporto. Inoltre la proteina prodotta può essere differente da quella originale e alterare il sistema immunitario. Recentemente è stato inserito un gene per l’eritropoietina (Epo) nel muscolo e nella retina delle scimmie. Ebbene, l’eritropoietina prodotta è stata identificata perché era molto diversa da quella fabbricata naturalmente dal rene».

GLI STUDI ITALIANI - Nel Dipartimento di Farmacologia dell’Università di Milano Antonello Rigamonti e il suo gruppo stanno verificando sui topolini un algoritmo, basato su alcuni segnalatori biochimici, in grado di identificare la somatotropina (l’ormone della crescita) prodotta con la manipolazione genetica. Tale algoritmo consente già di sapere se un atleta è stato sottoposto a un trattamento «tradizionale» con somatotropina.

Fonte: Corriere della Sera

01 maggio 2006

E se arrivassero i robot per fare sesso ?

Da un convegno tenutosi a San Francisco, eminenti sessuologi americani hanno affermato che, entro dieci anni, saranno disponibili veri e propri partner artificiali pronti a soddisfare ogni fantasia proibita.

1969: David Reuben, sessuologo, scrive un manuale dall’intrigante titolo: “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso”. Pochi anni dopo, è il 1972, Woody Allen ne ricava un film, aggiungendo al titolo originale del libro la postilla: “ma che non avete mai osato chiedere”.

Il film è strutturato in sei episodi, per sei domande che spaziano nel vasto mondo della sessualità umana. “Funzionano gli afrodisiaci?”. “E’ disdicevole amare gli animali?”.

Se Allen preparasse un remake del film, trasportato nella società dei nostri giorni, allora dovrebbe aggiungere una settima, semplice domanda: “Si può fare sesso con un robot?”.

Ormai lo diamo quasi per scontato: il destino della tecnologia è quello di rivoluzionare ogni aspetto della nostra vita, sessualità compresa. Nel nostro caso, tuttavia, si va ben oltre le chat su internet o i blog usati come strumenti per conoscersi e scoprirsi.

Da un convegno tenutosi a San Francisco, eminenti sessuologi americani hanno affermato che, entro dieci anni, saranno disponibili veri e propri partner artificiali pronti a soddisfare ogni fantasia proibita. Persino le esperienze virtuali di “Strange Days”, al confronto, sembrano appartenenti ad un’era ormai decaduta.

Julia Heiman, ricercatrice presso l'Università dell'Indiana, spiega che è ormai aperta una strada per la realizzazione (entro il 2016) di strumenti di auto-erotismo che mettano a disposizione partner dotati delle caratteristiche desiderate. Fantascienza à la “Blade Runner”? Più o meno.

Già ora la tecnologia permette di utilizzare un computer per comandare stimolatori di piacere come i vibratori. La Sinulator Entertainment offre servizi del genere, attraverso una connessione ad internet di alcuni marchingegni appositi.

Domanda: “e in tutto questo dove va a finire l’aspetto mentale del sesso?”
Virtual Jenna è un videogioco che consente (ad utenti strettamente maggiorenni) di avere veri e propri rapporti sessuali con una realistica copia virtuale della nota pornodiva americana Jenna Jameson. Grazie ad una sapiente fusione tra video a luci rosse e stimoli sensoriali, l’aspirante focoso amante può stimolare persino l’apparato genitale della biondissima attrice.

Il ricercatore Carl DiSalvo, dottorando in design presso l'Università Carnegie Mellon, ha realizzato un automa in grado di simulare gli abbracci e, ovviamente, le sue prospettive possono essere ben più hard. A questo punto entra in gioco anche Marvin Minsky, pioniere degli studi sull’intelligenza artificiale, convinto che, saltando completamente l’ambito fisico, si possa ricreare nella mente le sensazioni di un rapporto sessuale coinvolgente e completo.

“Esiste la tendenza a spingere le persone al di fuori delle relazioni sociali…”- avverte il sessuologo John Cagnon- “creando rapporti simulati che di fatto mortificano l’essenza dell’umanità, che è la socialità, ossia la capacità di relazionarsi con gli altri”. Gli fa eco la collega Carol Queen, che aggiunge: “Credo che un mondo in cui la gente ricerchi il piacere con le macchine invece che con gli altri abbia un che di terribilmente orwelliano…e non credo che questo sia ciò che le persone desiderano”.

A parte la solita diatriba tra “apocalittici” e “integrati”, un altro piccolo passo per una società che cambia quasi sempre in base ai suoi strumenti tecnologici. Se poi cambi in meglio o in peggio, non è dato saperlo.

Fonte: Webmasterpont

27 aprile 2006

Produrre nuvole in laboratorio

È la sfida dei ricercatori di Leipzig, dove è stato inaugurato il primo centro dedicato allo studio della produzione delle nuvole.

LEIPZIG (Germania) - Gli scienziati dell'Istituto di Ricerca sulla Troposfera martedì scorso hanno presentato al resto del mondo un'infrastruttura innovativa che permetterà di creare e studiare vere e proprie nubi in laboratorio.

IL SIMULATORE - Si tratta di un marchingegno molto complicato, denominato Lacis (Leipzig Aerosol Cloud Interaction Simulator), costituito fondamentalmente da un tubo di acciaio lungo 8 metri e di 1,5 cm di diametro. Costato circa 3 milioni di euro, è il frutto di 7 anni di lavoro ed è unico nel suo genere, anche se esistono molti altri simulatori sparsi nei laboratori di tutto il mondo. Si tratta della concretizzazione di un sogno per molti scienziati e meteorologi, una svolta nello studio dei cambiamenti climatici e nelle previsioni del tempo.

STUDIARE LE NUVOLE - La caratteristica che rende Lacis senza eguali è che permetterà di studiare il modo in cui le nuvole sono influenzate dall'aerosol in esse contenuto e come, quando e perché questo si forma. L'aerosol è il miscuglio di gas, vapore e particelle solide che condensandosi forma le nuvole. Chiunque può generare aerosol semplicemente respirando, ma fino a oggi non esisteva un meccanismo in grado di produrlo controllandone le condizioni di temperatura e umidità, e variandole in modo da riprodurre i diversi climi terrestri.

IL FUNZIONAMENTO - In laboratorio l'aerosol viene fatto passare all'interno del tubo, il quale è sottoposto a varie simulazioni ambientali; all'interno del dispositivo la temperatura può variare tra -50 e + 20 gradi centigradi, riproducendo lo stato termico della Troposfera. Inoltre alcuni spettrometri ottici controllano le particelle che passano attraverso le sezioni del tubo, contandone il numero e misurandone le dimensioni. Ogni singola goccia può essere analizzata: il particolato (la parte solida che la compone), le diverse temperature e i diversi gradi di umidità potranno essere messi in relazione con la velocità di crescita della nuvola e di conseguenza con la sua potenza rifrattiva nei confronti dei raggi solari.

LA RICERCA - Questa settimana sono stati lanciati in orbita anche due satelliti che permetteranno di colmare alcune lacune nelle nostre conoscenze sulla copertura nuvolosa della Terra. Secondo Raymond Shaw, un fisico dell'atmosfera all'Università delle Tecnologie del Michigan, l'interesse crescente per gli studi meteorologici porterà altri ricercatori nel laboratorio di Leipzig e forse procurerà i fondi necessari per proseguire le ricerche attraverso Lacis.

Fonte: Corriere della Sera

Dai canguri nuovo antibiotico. Potentissimo

E' stato scoperto da ricercatori australiani nel marsupio del wallaby, una variante «piccola» del tipico animale australe

MELBOURNE - Ricercatori australiani del Dipartimento industrie primarie del governo statale di Victoria (Melbourne) hanno trovato un antibatterico 100 volte più efficace della penicillina nel latte dello wallaby, un piccolo canguro. La sostanza, chiamata AGG01, agisce contro un'ampia gamma di funghi e batteri, compresi diversi batteri resistenti agli antibiotici. La scoperta, secondo il suo coordinatore, Ben Cocks, potrebbe avere un profondo impatto sulla salute umana e animale. «Il composto ha il potenziale per essere prodotto commercialmente per sintesi e potrebbe dimostrarsi vitale nella guerra contro le malattie umane e animali, sempre più resistenti ai farmaci attuali», ha aggiunto. «Anche da una prospettiva biologica ed evolutiva - ha osservato l'esperto - la scoperta è notevole perchè non vi è alcun equivalente negli esseri umani o nei bovini. È come se i mammiferi placentari avessero perso nell'evoluzione il gene di tale composto antimicrobico, che questi marsupiali ancora possiedono».

MARSUPIO - La scoperta - ha quindi spiegato Cocks - è stata fatta per caso, mentre l'equipe studiava le proprietà chimiche del latte del Tammar wallaby per determinare come i suoi neonati dal sistema immunitario carente possano acquisire resistenza ai batteri mentre si trovano nel marsupio. Grazie ai dati raccolti in un progetto di mappatura del genoma di questa specie di wallaby, gli studiosi hanno potuto identificare più di 30 fattori nel latte materno che contribuiscono a combattere i batteri. Il composto AGG01 si è rivelato efficace contro il temutissimo stafilococco aureo Meticillino-resistente, oltre che contro altri batteri.

Fonte: Corriere della Sera

In crescita i campi di Ogm al mondo

La superficie piantata a organismi vegetali geneticamente modificati ha raggiunto ormai una dimensione pari a quattro volte quella del Regno Unito e probabilmente aumenterà ancora il prossimo anno con una crescita a due cifre.

Secondo Randy Hautea, il coordinatore globale della International Service for the Acquisition of Agri-Biotech Applications (ISAAA), la superficie è aumentata dell'11 per cento lo scorso anno, toccando quota 90 milioni di ettari. Tra le zone dove aumenta la produzione di Ogm c'è il Brasile, soprattutto per quanta riguarda la soia, e il cotone in India. Qui nell'ultimo anno l'area coltivata è passata da mezzo milione di ettari a un milione e 400 mila ettari.

In Brasile invece l'area coperta dalla soia è passata da cinque milioni di ettari a 9 milioni e 400 mila. Alla lista dei paesi coltivatori si dovrebbe aggiungere quest'anno il Pakistan che inizierà a produrre cotone Ogm. Il valore delle produzioni Ogm crescerà toccando quota cinque miliardi e cinquecento milioni di dollari del 2006 contro un valore di 5 miliardi e 250 milioni di dollari nel 2005.

Dal punto di vista percentuale, la soia geneticamente modificata ormai riguarda il 60 per cento della produzione totale di soia, il 28 per cento il cotone Ogm, il 14 per cento il mais e il 18 per cento la canola. I paesi coltivatori sono stati in totale 21, con gli Usa che coprono più di metà del totale della superficie coltivata con 49,8 milioni di ettari. Seguono l'Argentina con 17,1 milioni di ettari, il Canada con 5,8 e la Cina con 3,3.

Fonte: Città della Scienza

26 aprile 2006

Cina: clonata mucca esente da Bse

«Prodotto» un vitello portatore di un gene che lo rende immune dalla malattia della «mucca pazza»

PECHINO - In Cina sarebbe stata clonata una mucca geneticamente modificata in modo da essere resistente all'encefalopatia spongiforme bovina (Bse), cioè la cosiddetta «malattia della mucca pazza». Lo ha reso noto l'agenzia di stampa ufficiale cinese Xinhua, che ha anche precisato che il vitello pesa 55 chili ed è nato nella provincia orientale di Shandong, presso l'Istituto di scienze agrarie Laiyange. L'esperimento è stato condotto da da Dong Yajuan e Bo Xuejin, a tre anni di distanza dall'esperimento nel quale il gruppo dello scienziato sudcoreano Hwang Woo-suk, recentemente al centro di uno scandalo dovuto alla falsificazione di risultati scientifici, aveva ottenuto una mucca con una proteina resistente alla Bse. Adesso nel clone ottenuto in Cina a partire dalla cellula di una mucca adulta è stato trasferito il gene che protegge dalla malattia. Ad ottenere il risultato è stato lo stesso gruppo di ricerca che nel 2001 era riuscito per la prima volta a clonare una mucca in Cina, in collaborazione con un'università giapponese. Secondo quanto riferito dalla tv cinese dovranno essere condotti ulteriori test per verificare l'efficacia della terapia genica.

VERIFICHE - «Se la notizia fosse confermata, sarebbe di grande portata» commenta il professor Carlo Alberto Redi, ordinario di zoologia e uno dei maggiori esperti italiani di biotecnologie. «Il beneficio del dubbio è necessario perchè una scoperta del genere dovrebbe essere diffusa attraverso una rivista scientifica accreditata (con i relativi criteri di controllo e verifica prima della pubblicazione) e non da un'agenzia di stampa nazionale» spiega l'esperto. «Ma è anche vero che i cinesi sono molto attivi in questo campo, e, tutto sommato, abbastanza credibili».
«Se davvero ci fosse questa mucca resistente alla Bse si aprirebbero prospettive notevoli, perchè significherebbe poter produrre carne rossa con la sicurezza che non sia affetta dalla malattia della mucca pazza»

Fonte: Corriere della Sera

24 aprile 2006

Protette da un Vaccino

È quello contro il papilloma virus, che causa il 70 per cento dei tumori al collo dell'utero. Se verrà approvato, prima negli Stati Uniti e nel 2007 in Europa, sarà una rivoluzione. Perché potrà salvare mezzo milione di donne ogni anno.

Un'iniezione e il rischio, e la paura, di ammalarsi di cancro scompaiono. Sarebbe bello se fosse possibile. E per un particolare tipo di tumore potrebbe succedere presto. Dopo anni di studi, osservazioni e sperimentazioni su volontari, è pronto il vaccino contro il tumore al collo dell'utero. A giugno negli Stati Uniti, e all'inizio del 2007 in Europa, le agenzie sanitarie si pronunceranno sulla messa in commercio dei vaccini preventivi contro il papilloma virus, responsabile della quasi totalità di questi tumori. Per la prima volta appare evitabile una malattia che colpisce ogni anno quasi mezzo milione di donne nel mondo.

Si sa che i vaccini (due in arrivo, prodotti da due diverse industrie farmaceutiche) funzionano nel prevenire l'infezione, forse al di là delle aspettative degli stessi ricercatori, dato che secondo gli studi conferiscono una protezione contro il virus vicina al 100 per cento. Nel caso in cui vengano approvati (gli esperti lo danno per scontato) si aprirà il problema di come utilizzare questa nuova arma, che non servirà a curare chi è già malato, o anche solo infettato dal virus, ma a prevenire l'infezione che, come è noto da trent'anni, è alla base dello sviluppo del tumore al collo dell'utero.

Questo tipo di cancro provoca ogni anno 230 mila morti ed è la prima causa che riduce la vita delle donne nei paesi in via di sviluppo. Diversa è la situazione nei paesi industrializzati, Italia compresa, dove colpisce circa 3.500 donne con 1.800 decessi l'anno. «Non perché da noi sia meno diffuso, ma perché il Pap test, da anni, consente di individuare le lesioni precancerose e di trattarle, prima che si trasformino in tumori veri e propri» spiega Silvia Franceschi, responsabile del Gruppo infezioni e cancro dell'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) di Lione.

Alle donne italiane vengono diagnosticate ogni anno almeno 120 mila lesioni neoplastiche, cui seguono le biopsie per verificare il grado di malignità e i trattamenti. «I carcinomi invasivi sono solo la punta visibile di una grossa base di lesioni che comportano un enorme costo emotivo e medico» aggiunge Franceschi.

Su scala globale l'introduzione di un vaccino rappresenterebbe una rivoluzione per la salute pubblica. «Uno degli interventi più importanti in questo campo» ribadisce Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Istituto Humanitas di Rozzano, immunologo all'Università di Milano e uno dei maggiori studiosi dei legami tra cancro e infiammazione.

Il tumore del collo dell'utero è causato da una famiglia di virus, quelli del papilloma, Human papilloma virus o Hpv in sigla. Questi virus, molto comuni, si trasmettono per via sessuale, ma anche attraverso il semplice contatto della pelle. A metà Ottocento un medico veronese, Domenico Rigoni-Stern, aveva osservato che mentre le donne sposate venivano colpite da questo tumore, alle suore capitava molto più raramente. Nel 1975, per la prima volta, il virologo tedesco Harald zur Hausen associò la presenza del virus con lo sviluppo del tumore alla cervice uterina.

«Ci sono voluti altri dieci anni per stabilire senza ombra di dubbio questa associazione, dieci ancora per identificare i tipi di Hpv coinvolti, infine altri dieci, e siamo a oggi, per arrivare alle soglie di un vaccino» racconta Mantovani. Delle diverse varietà del virus, la maggior parte è legata a malattie benigne come i condilomi, cioè le verruche genitali. Alcune varianti più aggressive provocano lo sviluppo di tumori e il 70-80 per cento circa dei casi di cancro della cervice uterina è legato a un paio di questi tipi, chiamati Hpv 16 e Hpv 18.

Secondo gli studi condotti, oltre metà della popolazione, uomini e donne, entra in contatto con il virus almeno una volta nella vita. Nell'80 per cento dei casi l'infezione guarisce spontaneamente entro un anno senza che la persona infettata se ne accorga. In una piccola percentuale, circa il 5 per cento, invece, l'infezione diventa cronica. E se il tipo di virus è tra i più aggressivi può darsi che si sviluppino lesioni precancerose e, nel tempo, un tumore.

Dei due vaccini in arrivo contro l'infezione da papilloma virus, uno, messo a punto dalla GlaxoSmithKline, che ha richiesto l'autorizzazione in Europa, protegge contro le varianti più pericolose dell'Hpv, la 16 e la 18, e forse anche contro altri due tipi oncogeni simili (Hpv 31 e 45); l'altro, della Merck, oltre che contro le due varianti cancerogene immunizza contro i ceppi del virus che provocano i condilomi.

Il vaccino, di cui tre istituti scientifici, due in America e uno in Australia, rivendicano la paternità, funziona perché mima la struttura del virus. «Non contiene l'informazione genetica, ma è fatto come il virus stesso, in pratica è il suo guscio esterno, e l'organismo gli scatena contro una forte risposta immunitaria» spiega Mantovani.
Negli ultimi cinque anni diverse sperimentazioni cliniche su migliaia di donne in vari paesi hanno appurato che la protezione contro il virus si avvicina al 100 per cento. La vaccinazione consiste in tre iniezioni da ripetere nell'arco di sei mesi. I dubbi rimangono su quanto a lungo valga la protezione, anche se uno studio su The Lancet ha riferito che per il vaccino della Glaxo dura almeno quattro anni e mezzo.

In Italia una commissione al ministero della Salute sta valutando le strategie da adottare con l'arrivo dei vaccini anti Hpv. «Occorrerà decidere se lasciare la scelta alla libera iniziativa o se procedere a una vaccinazione di massa» prevede Franceschi, che fa parte della commissione del ministero e propende per quest'ultima ipotesi. La materia è delicata, anzitutto perché la vaccinazione è destinata a ragazze adolescenti che non hanno ancora iniziato l'attività sessuale. Si sa che l'infezione viene contratta nelle prime fasi della vita sessuale e che la risposta degli anticorpi è maggiore nelle ragazzine che nelle giovani donne.

Qualcuno però pone problemi etici. È stato detto che vaccinare ragazzine contro un'infezione che si trasmette sessualmente sarebbe come dare il via libera al sesso; alcune associazioni in America si sono già espresse contro la promozione della vaccinazione di massa. Problemi che toccano meno da questa parte dell'oceano, anche se ci sono altre questioni da affrontare.
Per esempio: dovrebbero essere vaccinate soltanto le femmine o anche i maschi, visto che sono loro a trasmettere l'infezione? «Perché si fermi la catena dell'infezione, come è accaduto per esempio nel caso del vaiolo, occorre che venga vaccinato almeno il 70 per cento della popolazione. Lasciato all'iniziativa personale il vaccino non raggiungerebbe probabilmente più del 10-20 per cento della popolazione» fa notare Franceschi.

La vaccinazione non rende superfluo, secondo gli esperti, lo screening con il Pap test, ormai pratica comune in molte regioni italiane. Ma si porrà comunque il problema di come integrare le due forme di protezione. «I due vaccini sono efficaci solo contro due delle varietà del virus associate al cancro e, anche se rappresentano il 70 per cento del totale, non si dovrebbe abbassare la guardia contro i tumori provocati da altri tipi» sottolinea Colomba Giorgi, dirigente della ricerca al dipartimento di malattie infettive, parassitarie e immunomediate dell'Istituto superiore di sanità. «Inoltre, le donne non vaccinate dovrebbero comunque continuare lo screening con il Pap test».

L'altro problema, enorme, sta nei costi. Non c'è ancora un prezzo ufficiale del vaccino, anche se si parla di 300-500 dollari a persona. Per i paesi in via di sviluppo, dove non esiste screening e il vaccino avrebbe la massima utilità, si stanno muovendo alcune associazioni, come la Bill Gates Foundation e l'Oms. Nei paesi ricchi, come l'Italia, molto dipenderà dalla scelta se optare per una vaccinazione di massa, e in tal caso il prezzo verrebbe negoziato a livello ministeriale, o venderlo in farmacia.

Fonte: Panorama

18 aprile 2006

Energia, nanogeneratori nel corpo umano

Alcuni ricercatori del celebre Georgia Institute of Technology hanno realizzato nanocosi in grado di trasformare ogni emissione d'energia cinetica in elettricità. Impiantarli nel corpo umano - dicono - non ha controindicazioni

Atlanta (USA) - Zhong Lin Wang, ricercatore presso il GaTech, uno dei più importanti centri di ricerca statunitensi, è riuscito a creare delle nanofibre all'ossido di zinco che trasformano con altissima efficienza l'energia cinetica in elettricità. Ad ogni vibrazione, queste fibre piezoelettriche del diametro di appena 20 nanometri sviluppano immediatamente piccoli quantitativi d'elettricità.

I nanogeneratori all'ossido di zinco, anallergico e non tossico, potrebbero essere utilizzati direttamente all'interno del corpo umano per trasformare i movimenti articolari e muscolari in elettricità per alimentare impianti, come i pace-maker, od altri microdispositivi elettronici. A detta degli scienziati un innesto del genere non provocherebbe nessuna apprezzabile conseguenza fisiologica.

"I nostri corpi trasformano l'energia chimica contenuta nelle molecole di glucosio in energia meccanica per i nostri muscoli", dice Wang, "ed i nanogeneratori potrebbero essere utilizzati per recuperare l'energia meccanica e convertirla in energia elettrica". L'invenzione di Wang è stata trattata con dovizia di particolari nel numero di marzo del prestigioso Science.

"Le truppe armate potrebbero usare i nanogeneratori all'interno delle loro calzature per potenziare gli apparecchi elettronici", dice Wang. Alla stessa maniera, la conversione energetica dei moti oceanici potrebbe presto diventare molto più efficiente rispetto ad oggi ed affrancare l'umanità dalla dipendenza dal petrolio.

"Laddove c'è movimento, con questi nanogeneratori potremmo produrre elettricità in modo semplice ed efficiente", conclude il ricercatore.

Fonte: Punto Informatico

15 aprile 2006

Immortali? Sì, grazie

Ultracentenari felici e intelligentissimi: questo ci attende al varco. Parola di Ray Kurzweil

Se i suoi calcoli dovessero rivelarsi giusti, occorrerà resistere solo altri 14 anni. Quattordici anni in cui dovremo cercare di non ammalarci gravemente, fare del movimento e condurre una vita sana, per conservarci in forma il più possibile. Fumo, alcol, droghe, ovviamente, neppure a parlarne. Sesso non si sa, ma si suppone non sia stato ancora catalogato tra le cose nocive da evitare.
Insomma Ray Kurzweil è tornato con una nuova avvincente puntata sullo sviluppo della razza umana, segnando un punto d’inizio, una data cui guardare come un faro nella notte: il 2020.
Dopo il successo di Fantastic Voyage: Live Long Enough to Live Forever (su Amazon.com), nel quale lo scienziato spiegava come cercare di vivere bene per cercare di vivere per sempre, in The Singularity Is Near: When Humans Transcend Biology (ed. Viking) si parla di come, quando e perché un giorno potremo essere tutti più longevi, intelligenti e con molte più abilità. Ma non esultate troppo: quello sarà solo l’inizio. Per godere della vera rivoluzione tecnico-scientifica che ci trasformerà in ultracentenari geniali e bionici, bisognerà infatti trascinarsi almeno al 2045.

Kurzweil, considerato uno dei pochi geni viventi sulla faccia della Terra, insignito a destra e manca e recentemente definito come "l’unico vero erede di Edison", non ha dubbi: "nel Ventunesimo secolo avremo 20mila anni di progresso al tasso di progresso del Ventesimo secolo". Le tecnologie costeranno sempre meno, saranno sempre più accessibili e, insomma, mettici i nanocosi nel sangue, aggiungici l’intelligenza artificiale e computer superpotenti ancora oggi inimmaginabili, e qualcosa si potrà pur fare per non farci morire. O almeno per farci vivere un po’ più a lungo.

DALL'UOMO 1.0 ALLA RELEASE UOMO 2.0
Nessuno si offenda ma siamo obsoleti. Abbiamo poca memoria, limitate capacità motorie e sensoriali, il nostro corpo è marcescibile e si usura col tempo e non disponiamo attualmente neppure di pezzi di ricambio. Ma - qui arriva il bello - non tutto è perduto.

La triade magica che potrebbe presto risolvere il problema della nostra estrema limitatezza ha un nome o, meglio, una sigla: Gnr. "Gnr", spiega Kurzweil, "sta per genetica (o più propriamente biotecnologia), nanotecnologia e robotica. Ognuna di queste scienze collaborerà presto per l’estensione della vita umana. In un prossimo futuro saremo in grado di ringiovanire i nostri tessuti e gli organi, sconfiggere l’arteriosclerosi, il cancro, migliorare i processi metabolici".

La rivoluzione nanotecnologia raggiungerà la sua maturità nel 2020 e ciò, sempre secondo Kurzweil, ci guiderà per mano oltre i limiti fisici impostici dalla nostra natura biologica, permettendo ai nanobot di viaggiare nelle arterie, correggere gli errori del Dna, distruggere gli agenti patogeni e - udite udite signori chirurghi plastici - invertire il processo d’invecchiamento. Di più: i nostri organi potranno essere sostituiti, come pure porzioni del cervello, da impianti neurali forniti di software specifici e si arriverà a una divisione tra necessità biologiche in senso stretto e funzionalità. "Del resto", prosegue lo scienziato, "in qualche modo noi umani abbiamo già separato la comunicazione e il piacere sessuale dalle sue funzioni biologiche e, quindi, non dovrebbe sorprendere che un domani il tratto gastrointestinale potrebbe essere riservato solo per le delizie della cucina invece che essere continuamente sottoposto alla tediosa funzione di provvedere nutrienti".

Con grande gioia dei maiali, da alcuni anni studiati come possibili serbatoi di organi, anche la robotica giocherà il suo ruolo. Metà uomo e metà robot, saremo così anche molto più intelligenti e il nostro cervello potrà essere soggetto a frequenti back up di dati come oggi l’hard disk del più mansueto pc.

QUALCHE DUBBIO DA CHIARIRE
Come è facile immaginare, i dubbiosi delle teorie kurzweiliane non mancano. Ma il genio, l’ingegnere che ha inventato la Optical Character Recognition, il riconoscimento vocale e anche la sintesi vocale, il vincitore del Premio Lemelson (il corrispettivo del Nobel dell'ingegneria assegnato dal Mit), nonché il fondatore di tre grandi aziende, non si scompone. "La rivoluzione tecnologica e la velocità cui sta viaggiando sono sotto gli occhi di tutti", spiega, "basti pensare che, se ci sono voluti 14 anni per sequenziare l’Hiv, sono bastati solo 31 giorni per sequenziare la recente Sars".

E a quanti oppongono che, se smettessimo di morire, il mondo scoppierebbe per la sovrappopolazione, tranquillo risponde: "La trasformazione tecnologica sarà radicale e non coinvolgerà solo la nostra vita ma anche l’ambiente; saremo in grado di fornire il necessario a ogni popolazione e recuperare i gravi danni ecologici che abbiamo inflitto all’ambiente".
Niente più povertà, fame e inquinamento, il mondo prospettato da Kurzweil suona paradisiaco. Ed è lui stesso a far scoppiare la bolla onirica: "Gli stessi mezzi che miglioreranno il nostro futuro non sono privi di rischi, queste conoscenze avranno un impatto superiore a qualunque bomba atomica e potrebbero anche essere usate per fare del male, non solo del bene, magari da gruppi di bioterroristi".

Così una parte di questo sviluppo dovrebbe essere utilizzato anche per proteggerci e preservarci. Magari attraverso programmi specifici e regole etiche severe, capaci di scongiurare un domani l’uso delle armi batteriologiche o i sistemi non controllati di autoreplicazione dei nanobot. Una sorta di meccanismo nanotecnologico "buono", valido nel neutralizzare i nanobot "cattivi" messi in circolazione clandestinamente.

In conclusione, in un tomo di oltre 600 pagine Kurzweil traccia le linee di un futuro non lontano a venire. Un’umanità nuova, più complessa e articolata, assai meno semplice di quanto non sia quella, di per sé già difficile, che viviamo oggi. Però, nel dubbio, consigliamo di spegnere la sigaretta, svuotare il fondo di gin nel lavandino e infilarsi la tuta da ginnastica, sperando che abbia ragione!

Fonte: Linus.net

Trovata l'area del cervello con cui capiamo i nostri errori

ROMA - Ops, quando la frittata e' fatta e non si puo' tornare indietro una parte del nostro cervello, una parte della corteccia cerebrale (chiamata rostrale cingolata anteriore) si accende e 'segnala' l'errore, soprattutto quando questo ha un costo o comporta delle conseguenze.

Infatti neurologi della University of Michigan hanno scoperto che quest'area corticale del cervello si accende nel momento in cui noi realizziamo di aver commesso un errore. Cio' indica che tale regione e' intimamente legata con la presa coscienza dei nostri sbagli.

In quello che e' il primo studio che evidenzia una zona cerebrale legata alla consapevolezza dei nostri errori, e' spiegato sul Journal of Neuroscience, e' emerso pure che in quanti soffrono di disturbo ossessivo compulsivo questa regione si accende in modo improprio, risultando iperattiva anche quando l'errore non comporta alcuna conseguenza per chi l'ha commesso.

''Sembra che persone con questo disturbo abbiano una risposta cerebrale eccessiva al commettere errori - ha spiegato il team leader Stephan Taylor - risposta che aumenta in modo patologico la preoccupazione di aver fatto qualcosa di sbagliato''.

La corteccia rostrale cingolata anteriore e' una regione del sistema nervoso centrale legata alle emozioni. I ricercatori avevano gia' raccolto pero' alcuni elementi per sospettare di un suo possibile coinvolgimento nell'elaborazione delle emozioni e degli stati d'animo che conseguono a un errore.

Di errori tutti ne commettiamo, alcuni oltre ad essere antipatici, hanno anche delle conseguenze materiali e su cui non si puo' tornare indietro; allora anche se il vecchio adagio dice di non piangere sul latte versato, qualche rimbrotto e recriminazione verso noi stessi e il nostro operato fallace, magari per una semplice distrazione, non ce lo risparmiamo.

Questo atteggiamento puo' anche divenire patologico in individui con certe condizioni mentali come il disturbo ossessivo compulsivo, in cui l'individuo sta sempre sul 'chi va la'' e non si perdona il piu' piccolo sbaglio anche quando questo non comporti reali conseguenze.

Per capire le basi neurologiche di questi problemi gli esperti hanno coinvolto 12 individui sani, chiedendo loro di partecipare a vari tipi di test: in alcuni la risposta esatta significava una ricompensa in denaro, in altri la risposta sbagliata significava una 'multa' in denaro, infine altri test non comportavano ne' ricompense ne' penalita'.

I neurologi hanno eseguito scansioni del cervello dei volontari durante i test ed hanno riscontrato un surplus di attivita' neurale nella corteccia rostrale cingolata anteriore ogni qual volta l'errore comportasse una penalita' o comunque impedisse di accedere a una ricompensa. Quest'area non si accende allo stesso modo quando l'errore non ha un costo.

In un precedente studio su individui con disturbo ossessivo compulsivo, invece, gli esperti avevano rilevato un'insolita iperattivita' dell'area sotto osservazione per qualunque errore sia pur minimo e insignificante che gli individui si trovavano a commettere.

E' evidente che qualche alterazione nell'attivita' di questa regione e' implicata nella malattia, hanno riferito i neurologi. Adesso infatti l'equipe Usa sta arruolando volontari per una sperimentazione clinica per vedere se la terapia comportamentale puo' modificare i pattern alterati di attivazione della corteccia rostrale cingolata anteriore in individui con la condizione maniacale.

''Speriamo che questo genere di studi ci aiuti a capire cosa non funziona nel cervello di questi e altri pazienti'', ha affermato Taylor, per arrivare un giorno a progettare trattamenti su misura del singolo paziente.

Fonte: Ansa